Svezia: la nuova frontiera del tessile

Se come diceva Coco Chanel è vero che “La moda passa e lo stile resta”, altrettanto non vale per

l’industria tessile.

Agli occhi di appassionati investitori questo resta un settore di grande fascino.

In Italia solo in pochi riescono ad accedervi e ad avere successo. Bisogna essere dotati di capacità

eccezionali o semplicemente avere le giuste conoscenze. Ma in ogni caso la probabilità di riuscire a

creare il proprio marchio e di farlo funzionare va molto vicina allo zero.

Uno dei paesi che, a differenza dell’Italia, ha scelto di investire ingenti risorse in questo settore è la

Svezia.

Il fulcro della sua produzione tessile è la poco conosciuta Borås.

Questa città è la sede di un’importante università di moda e di numerose industrie tessili. Il suo sindaco

Ulf Olsson, nel 2016, è divenuto presidente dell’associazione delle città tessili europee.

Sebbene possa sembrare invincibile, anche la Svezia ha subito la morsa della crisi. Molte imprese di

Borås, infatti, avevano chiuso battenti per delocalizzare la produzione, poiché uno dei problemi più

grandi che si ha quando si investe in Svezia sono gli alti salari da garantire ai lavoratori. Tuttavia, negli

ultimi anni molte imprese sono tornate ad investire nel paese scandinavo e abbiamo assistito al tracollo

della produzione tessile svedese, dall’abbigliamento ai tessuti per la casa.

 

Ma qual è il segreto del loro successo?

Semplice, istruzione e innovazione.

 

A seguito della crisi a Borås è nato il Textile Fashon Center, un ex fabbrica che attraverso soldi pubblici e

privati è diventata il motore dell’economia della città.

Questo centro conta più di 200 aziende socie ed è dotato di un cluster molto efficace.

Infatti il Textile Fashon Center può essere definito come una sorta di incubatore in cui studenti,

ricercatori e imprese collaborano unendo le loro competenze.

Gli strumenti più importanti messi a disposizione sono due.

Il primo è “We connect”, una piattaforma che ha la funzione di mettere in contatto un’azienda alla

ricerca di competenze specifiche con chi gliele può fornire.

Il secondo è un ufficio che aiuta gli studenti con spirito imprenditoriale a creare le loro start up e a

svilupparle. Negli ultimi 10 anni, grazie a questo incentivo, sono nate 600 nuove start up e la cosa più

straordinaria è che il tutto viene finanziato dallo stato.

Il Textile Fashon Center ha contribuito a creare un nuovo modello di impresa, improntato all’utilizzo di

nuove tecnologie e ad investimenti nelle nuove piattaforme commerciali.

Negli ultimi 30 anni la globalizzazione ha dato un forte impulso alla delocalizzazione e nonostante la

Svezia non sia indifferente a questo fenomeno, le imprese del settore tessile hanno saputo reinventarsi

puntando su qualità, innovazione e condizioni di lavoro sostenibili.

Qui gli imprenditori sono consapevoli della loro responsabilità sociale e il fatturato della loro attività

cresce di pari passo con i salari dei lavoratori.

L’Italia, ora, sembra avere le sembianze della Svezia degli anni 70-80, colpita dalla crisi e incapace di far

fronte alle esigenze di un sistema economico sempre più distorto, in cui fallimenti imprenditoriali e

disoccupazione sembrano legati da un filo conduttore non deciso a rompersi. Ciò che viene da chiedersi

è: perché l’Italia non segue le orme della Svezia?

 

 

 

Jessica Canal