It’s Not About The Coffee..

Tutto è iniziato con un viaggio a Milano, attraverso un mercato di Seattle, su iniziativa di un giovane manager di New York che lavorava in un’azienda dell’East Cost.

In effetti, dire dove nasce lo Starbucks che conosciamo oggi è davvero difficile. È il frutto di una serie di idee e esperienze che, inizialmente, raccoglievano cultura, tradizione e capacità imprenditoriali fuori dal comune.

L’ormai ex amministratore delegato, Howard Schultz, è probabilmente il primo artefice, nonché vera mente imprenditoriale, del colosso di Seattle. È il tipico ebreo di Brooklin che, come la gran parte di loro, porta avanti da una vita la passione il basket. Non solo da bambino spendeva tutte le paghette per vedere i Knicks al Madison Square Garden nei cosiddetti nose bleeding seats (i posti talmente alti che per il caldo del palazzetto ti sanguina il naso), ma dopo il suo primo ritiro dalla catena di caffetterie, nel 2001, decise di acquistare i Seattle SuperSonics; una vera leggenda per gli appassionati della città e non solo. È un passaggio chiave della sua vita e di quella dell’azienda che segnerà per sempre una rottura con la città. Cederà infatti la squadra sei anni dopo a degli investitori dell’Oklahoma che, senza troppi complimenti, decideranno di portarla nella capitale dello stato dei pelle rossa.

Il legame, adesso sciolto, con la città di Seattle è il secondo grande protagonista della storia di Starbucks. Nel centro della città sorge uno dei mercati coperti più famosi degli Stati Uniti, il Pike Place Market, e al suo interno, in un enorme edificio bianco, nel 1971 due professori di letteratura e uno scrittore aprirono il loro primo locale. Arrivati a dover scegliere il nome, spinti forse dai muri circostanti e dal lavoro che facevano in precedenza, presero spunto da “l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria” del Capitano Achab nel romanzo Moby-Dick: primo ufficiale Starbuck. La vicinanza all’Oceano influenza non poco i primi anni di attività: come marchio decidono di ricalcare un’incisione nordica raffigurante una sirena con due code (simbolo rivisitato ma ancora utilizzato) inserendolo in una fascia marrone che rimandava alle scatole di sigari. Già all’epoca, era opinione dei fondatori che tutti gli elementi utilizzati all’interno del locale dovessero riportare lo stemma dell’azienda e per questo doveva essere qualcosa che si ricordava.

Schultz, nel frattempo, dopo una borsa di studio per il football che lo porterà a conseguire la laurea, diventa manager di un’azienda svedese in contatto con i locali di Seattle. Di ritorno da un viaggio a Milano che lo ha ispirato, decide di aprire la sua caffetteria. La chiamerà “Il giornale”, probabilmente la sua immagine della Milano da bere di inizio anni ’80. Di li ad un paio d’anni riuscirà ad acquistare i sei punti vendita che, nel frattempo, Starbucks aveva aperto in città.

Lascerà la guida dell’ormai colosso mondiale nel 2001 per tornarci nel 2008 dopo un periodo non troppo florido per l’azienda. Il legame con la città, che tutt’ora non ha una squadra di basket, non esiste praticamente più se non per il primo storico locale: è diventata una multinazionale a tutti gli effetti. Si trova a guidare un’azienda alla ricerca di una nuova identità con un business tutto da rilanciare. L’impresa che da poco è culminata con l’ormai insperato annuncio, del primo punto vendita italiano nella Milano che tanto lo aveva ispirato.

Ha rassegnato di nuovo le dimissioni poche settimane fa. La motivazione ufficiale è che intende concentrarsi sullo sviluppo di negozi di alta gamma a marchio Starbucks Reserve, il nome della linea di caffè premium di Starbucks. Ma sono circolate le voci su una sua possibile discesa in politica, a fianco dei democratici, che sono alla ricerca di nuovi volti. Quel che è certo è che fino ad ora l’azienda è cresciuta solamente in sua presenza: ciò che succederà da adesso in poi ci dirà molto su quanto sia riuscito a chiudere un ciclo imprenditoriale che durava ormai da quasi 30 anni.