La “Dea” veste firmato: l’impero del presidente Percassi

Dare una definizione univoca di imprenditore è praticamente impossibile. Il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno fatto sì che a determinare larga parte del successo di un’impresa sia la capacità di innovare e di far valere i propri marchi e prodotti a dispetto della concorrenza. Nonostante questo, coloro che, per mestiere o per passione, hanno avuto modo di avvicinarsi al mondo della piccola e media impresa sanno che imprenditore è la combinazione di svariate abilità: reputazionale, strategica, relazionale e via discorrendo. Proprio della capacità relazionale si fa esempio un personaggio che, pur apparendo poco su TV e giornali, ha e sta tutt’ora cambiando il settore Retail del nostro Paese.

Siamo a Bergamo, a fine anni ’70 quando un giovane calciatore appena venticinquenne decide di lasciare il mondo del pallone per dedicarsi agli investimenti immobiliari. La svolta avviene nel ’76 quando, passeggiando nel centro di Verona, nota un negozio Benetton pieno di gente. È un’epifania. Senza pensarci troppo va a Treviso ad incontrare il patron Luciano in persona con cui sigla un accordo per una catena in franchising. Sarà un successo.

 

 

Inizia così l’avventura imprenditoriale di Antonio Percassi, brillante uomo d’affari che ha fatto delle partnership commerciali la sua principale attività. Probabilmente il più importante di questi risale al 2001, anno della joint venture con Inditex di Amancio Ortega per portare Zara in Italia. Accordi simili li ha siglati, tra gli altri, con Nike, Lego, Guess, Ferrari, Victoria’s Secret e, da ultimo, Starbucks la cui apertura a Milano è prevista proprio quest’anno.

Nel frattempo è diventato un’icona del fashion brand: nel ’97 fonda Kiko, noto marchio di cosmetica a poco prezzo, e nel ’98 sull’onda del successo apre Oriocenter, il maxi centro commerciale di fronte all’aeroporto di Bergamo che sta per essere ampliato con nuovi negozi e un cinema a 14 sale.

 

 

La riorganizzazione delle società che possiede ha portato la Capogruppo a registrare, nel 2015, utili superiori ai 100 milioni con oltre 135 milioni di proventi finanziari derivanti dalle controllate. Nonostante l’enorme successo però, in tutta la carriera non ha mai abbandonato la passione che lo ha reso l’imprenditore che è oggi: il calcio. Se si è nati a Bergamo e si è costretti da mogli e fidanzate a passare il sabato pomeriggio al centro commerciale o nei negozi del centro, il proprietario di quei negozi ha un solo modo di chiedere scusa. C’è infatti una passione che in città, come in provincia, è molto sentita e che basta a far dimenticare qualunque spesa folle o giornata dentro e fuori dai camerini: l’Atalanta Calcio.

Percassi, dopo una triste parentesi alla presidenza della Dea a inizio anni ’90, acquista la totalità della squadra nel 2010 con l’idea di investire massicciamente nel settore giovanile e non rapporto con una tifoseria che non può certo essere definita tranquilla. In un panorama calcistico come quello italiano, in cui i giovani talenti scarseggiano e le società faticano a stare in piedi, la strategia si è rivelata ancora una volta vincente. Plusvalenze sulla cessione dei giovani e una rosa costruita nel proprio centro allenamenti di Zingonia sono gli ingredienti che hanno portato l’Atalanta ad avere uno dei migliori bilanci della Seria A.

A questo si aggiungono le campagne di marketing, forse le migliori del nostro campionato e le iniziative volte a incrementare i ricavi come la vendita all’asta delle magliette dopo la partita pre-natalizia. Il progetto però non si ferma; è infatti in procinto di acquistare lo stadio, ora di proprietà del comune, operazione non scontata considerando che in nostro è rimasto l’unico dei cinque maggiori campionati europei in cui i club non abbiano investito in stadi di proprietà.

 

 

Immobili, Retail, fashion, sport e chissà cos’altro in futuro. Antonio Percassi è senza dubbio un imprenditore a tutto tondo che ha saputo conciliare marketing, strategie e opportunità ad una capacità relazionale fuori dal comune. In un mondo sempre più globale, in cui le imprese per sopravvivere devono guardare all’estero ed esportare, lui è riuscito a costruire un business a casa sua, costruendo un canale per i colossi che vogliono entrare nel mercato italiano. Probabilmente, come si usa dire, non ha inventato nulla, non è un grande innovatore ma non per questo non può non essere definito rivoluzionario.