L’infinito mi tormenta

«Quando (da bambino) la maestra chiedeva cosa (voleva) diventare da grande la risposta era: “Libero professionista”. Mi piaceva

la parola ‘libero’»

Laurea in Economia per trovare lavoro, tre anni nel trasferimento tecnologico e un MSc in management di tecnologia ed

innovazione a Manchester. «Per capire le dinamiche delle startup; del ‘sottobosco’ di persone, enti ed organizzazioni che ne

gravitano attorno assorbire esperienza così da arrivare il più preparato possibile». Ancora non sa quale sarà il suo dove. Infine per

otto stagioni viaggia con il Circus della MotoGP e Superbike, «una delle esperienze più belle della mia vita».

Poi inizia «un mal di pancia», non tanto per essere “sotto paròn”, ma per la voglia di mettersi in gioco e di creare qualcosa dalle

idee che lo tormentavano dal 2008, lavorando con sensori ed algoritmi di controllo. Nel 2012 fonda 221e ad Asolo, cuore del

distretto sportivo di Montebelluna nel trevigiano, e, come spesso accade, trasforma i suoi datori di lavoro nei suoi primi clienti.

«Per dare continuità, garantendo comunque presenza e serietà. Senza quella fiducia forse non ce l’avrei fatta. Avere un cliente sin

da subito ti da una direzione ed è la risorsa più preziosa per qualsiasi azienda».

È così che inizia la storia imprenditoriale di Marco Signorelli. Lui e la sua startup col nome dell’infinito (221e appunto)

potrebbero essere il perfetto esempio della forza di alcuni valori che hanno fatto viaggiare la locomotiva Nord Est, ma che la crisi

dell’ultimo decennio ha rallentato. E stava per fermare anche il ragazzo di Albignasego: «Tutti mi parlavano di crisi quando

proponevo di investire in ‘smart’: nel 90% dei casi si finiva in un nulla di fatto perché era troppo rischioso per quel periodo”. Va

avanti, lentamente ma sempre sulle sue gambe: se non trova clienti qui se li va a cercare all’estero; “Vendiamo o abbiamo venduto

in USA, Germania, UK, Slovenia e Ungheria, ma siamo una (micro)azienda Italiana ed è al nostro Paese che dobbiamo guardare

in primis, partendo dal comune, alla regione e così via».

Uno dei prodotti più interessanti (pensati soprattutto per il mondo dello sport) è un sensore di movimento, wireless, a basso

consumo e con dimensioni contenute. Si tratta di una piattaforma con più sensori che permette di tracciare e interpretare il

mondo, definite da un algoritmo di controllo. Lo strumento integra un accelerometro, un giroscopio e una bussola, un barometro

ad alta risoluzione, un sensore di temperatura e un microprocessore, disponendo sia di archiviazione flash che di connettività

wireless.

A stupire non è però solo la complessità in sé, ma la sua versatilità: implementando algoritmi diversi, può trovare applicazione in

infiniti altri settori. Che si tratti di monitorare i movimenti di un paziente con una determinata patologia ad un arto o a registrare

le oscillazioni a cui è sottoposto un veicolo, il sensore invia dati che possono poi essere elaborati.

Marco ama sottolineare l’importanza delle persone che in questi cinque anni hanno creduto in lui.

Al momento l’azienda ha 4 dipendenti ma ci gravita costantemente intorno un pool di otto o dieci persone e professionisti che

stanno contribuendo alla sua crescita. «Il nostro motto è ‘People,Ideas, Technology’: 221e è un progetto, non è ‘la mia

azienda’, io sono solo l’imprenditore. Daniele, Matteo, Roberto e tutti quelli con cui si è intersecata una traiettoria di

collaborazione come Michele, Michael, Thomas ed Edy contribuiscono ogni giorno a tale progetto. Nomi che a voi non dicono

niente ma che per 221e sono tutto. Abbiamo la tendenza a coinvolgere persone ‘più brave di noi’ per dare continua linfa e spinta

all’impresa. Tra PhD e tecnici ormai mi sento il più ignorante di tutti, ma è un bene perché continuo ad imparare e a creare nuove

opportunità. Il mio ruolo è far sì che 221e continui ad essere una fucina di idee e un ambiente piacevole in cui lavorare,

mantenendosi all’avanguardia della tecnica e in buona salute nei conti. Solo così potrà continuare a crescere».

Crescita che, fatti salvi alcuni bandi regionali, non è arrivata tramite alcun finanziamento né istituzionale né privato, perché

talvolta i finanziamenti possono essere un mezzo ma non di certo un fine: «Uno dei fattori che mi ha aiutato a fare il ‘salto’ è stato

sicuramente la vincita di un bando della Regione; ma sono risorse che provengono dalle nostre tasse e devono essere impiegati

per ricerca o innovazione e non uniche entrate in conto corrente». Ci troviamo di fronte ad un caso che, si spera, disegni un

percorso che altri giovani italiani possano seguire in futuro: un’azienda che ripone la propria fiducia in un team di ragazzi non

ancora trentenni, la voglia di mettersi in gioco e una filiera 100% made in Italy (fornitori a Km zero). Si spera possano essere

questi alcuni degli ingredienti per rilanciare l’industria di un territorio che per troppo tempo è stata calpestata dalla miopia degli

imprenditori e dalla totale mancanza di una visione globale.

 

 

Antonio Tentonello