L’imprenditore che ha rivoluzionato il basket a stelle e strisce: la storia di Jerry Buss

Spero vi sia capitato di vedere un film degli anni ‘50, Il Gigante. James Dean interpreta un giovane bracciante che scopre in un terreno ereditato dei giacimenti di petrolio cambiando per sempre la sua vita. La storia che vi voglio raccontare inizia più o meno allo stesso modo, quasi in concomitanza con l’uscita del film. Nelle periferie di Los Angeles, un giovane dottorando in chimica, costretto a vivere in una catapecchia con un piatto di brodo come unico pasto, non si spiegava perché le piastrelle della cucina continuassero ad annerirsi. Non che le pulizie fossero il suo forte, ma davvero la cosa pareva inspiegabile; fino a quando decise di staccarne una. Mai avrebbe immaginato di stare seduto su un giacimento di petrolio. Ecco dunque che vende la proprietà, e da li in poi, non sbaglia più un colpo. Prima qualche investimento immobiliare e poi, nel 1979, il business della vita: acquista da un imprenditore losangelino la squadra di basket della città. Da quel momento, per i prossimi trent’anni egli rivoluzionerà completamente l’NBA, portando innovazione in un business in cui mai nessuno si sarebbe sognato. Ci sono quattro squadre al mondo che più o meno tutti conoscono: la nazionale brasiliana di calcio, il Real Madrid, gli All Blacks del rugby e i New York Yankees del baseball. La sua è probabilmente la quinta, sono i Los Angeles Lakers, e lui, si chiamava Jerry Buss.

July 17, 1979-Lakers owner Jerry Buss outside the Forum. He purchased the Lakers in 1979 from Jack Kent Cooke for $67.5 million.

Per capire a pieno l’importanza del Buss imprenditore è necessario avere chiaro il ruolo dello sport nella società americana. Nonostante il fenomeno delle curve e degli hooligans sia per certi versi un’invenzione a stelle e strisce, quel misto di pace e adrenalina che si respira all’interno di uno stadio o un palasport americani non ha nulla a che vedere con tutto quello a cui siamo abituati noi europei. Come alcuni famosi autori e giornalisti amano ricordare, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges ci ha lasciato una frase che meglio di tutte esprime quanto la disciplina sportiva penetri in profondità nell’animo dei cittadini oltreoceano:

“Gli americani non hanno un’epica, oppure quella che hanno è particolarmente tragica. Hanno quindi sostituito la carenza di questa epica storica con le narrazioni della loro contemporaneità e in quel momento hanno creato una cultura sportiva”

Non importa che siate di New York, del Texas o del Minnesota. Se decidete di impiegare la vostra domenica allo stadio quello che volete è un vero spettacolo, non una semplice partita. Ora, 200$ di biglietto, almeno due ore di viaggio tra andata e ritorno, tre ore di football, il panino e la birra, il proprietario di una squadra (è chiamato proprietario perché negli Stati Uniti lo sport è uno dei business privati per eccellenza, in cui si entra per guadagnare) non può ignorare cosa un tifoso fa per essere presente allo spettacolo. Deve quindi essere in grado di offrire quanto più possibile perché ne sia valsa la pena.

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Per chi mastica un po’ di basket a stelle e strisce non sarà difficile capire dove comincia il contributo che Jerry Buss ha portato al gioco d’oltreoceano. Se un certo Jack Nicholson, che ogni sera è in prima fila allo Staples Center arriva a spendere fino 110 mila dollari per il suo abbonamento, il merito è in gran parte di Buss. Da quando ha iniziato questa rivoluzione fuori dal campo, non ci si reca più ad una partita solo per lo sport, è come andare al cinema, al circo e allo stadio nello stesso momento. Dall’attimo esatto in cui entri sei rapito da un vortice di musica, luci e colori.

Ha fatto crescere il business ad un punto tale che i Lakers, con lui, generavano fatturati talmente alti (ed erano gli unici) da far sì che la famiglia Buss non avesse mai avuto bisogno di investire in altro. Il suo nuovo modello di business, ormai adottato da tutte le 30 squadre della Lega non prevedeva solo attività di intrattenimento ma anche una completa ristrutturazione del profilo societario, con l’assunzione (non più contratti per prestazioni occasionali) di tutti coloro che ricoprono un ruolo attivo, dalla mascotte alle cheerleaders, che all’epoca erano solo delle ragazzine con i ponpon.

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È sicuramente stato, per il settore sportivo e dello show-business uno dei maggiori innovatori e imprenditori. Ci ha lasciati poco più di tre anni fa, stroncato da un cancro all’età di 80 anni. È curioso, parse essersi perso proprio il biennio peggiore della storia della sua squadra e gli ultimi due anni di Kobe. Ma proprio in questi giorni, sempre per coloro che seguono L’NBA, ci siamo resi conto che una schiera di giovani ragazzi talentosi sta ricominciando a dare grande spettacolo sul parquet. Forse la dirigenza attuale ha recuperato un po’ della sua capacità manageriale, o forse è lui che, da lassù, tra una partita a poker e un bicchiere di single malt ha deciso che è ora di tornare a vincere.

#ILoveThisGame.

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