Dal profumo di nomine alla nomina di Profumo

Le nomine dei manager delle aziende partecipate dal Ministero dell’Economia sono solite suscitare qualche scalpore, se non per la nomina degli amministratori, quantomeno per l’ormai usuale dibattito sulle privatizzazioni.

A tenere banco in questi giorni è però una nomina particolare. L’ex AD di Unicredit e Mps, Alessandro Profumo, ha infatti ricevuto l’incarico di guidare Leonardo (ex Finmeccanica), compagnia che dovrebbe rappresentare uno dei fiori all’occhiello del nostro settore industriale. Molte sono le questioni che lasciano spazio al dibattito: come mai un banchiere? Perché proprio lui vista la situazione in cui ha lasciato Mps? Perché ora che la strategia di Moretti (ex Ferrovie dello stato) sembrava prendere forma?

L’ultima domanda è forse l’unica a trovare risposta dopo il processo per corruzione che ha recentemente coinvolto. Per il resto solo il tempo potrà darci qualche risposta certa. Il dibattito è però molto interessante da un punto di vista imprenditoriale perché permette, da un lato, di analizzare la situazione di un’impresa che sta cercando di ritrovare un suo spazio nel mercato e dall’altro chiederci quale sia la logica migliore per la scelta di un amministratore delegato. Cercare quindi delle risposte alle domande precedenti può essere quindi un ottimo esercizio per testare la propria capacità di analizzare persone, mbiente e imprese.

Dalla nomina di Moretti, l’azienda ha subito una profonda trasformazione in termini di struttura e organizzazione interna. Va sottolineato però che l’ex numero uno delle Ferrovie ha avuto il merito di implementare idee lanciate da chi lo ha preceduto. Nel 2009 l’allora CEO e presidente Pier Francesco Guarguaglini propose di riorganizzare il gruppo con una struttura divisionale. Solo tre anni dopo, fu il suo successore, Alessandro Pansa, a confermare questa necessità aggiungendo l’obiettivo della vendita del polo trasporti. Moretti ha realizzato entrambe le cose.

Quello che ancora non è riuscito a fare, e che pare essere il vero nodo di Gordio è ridurre il debito che il gruppo si porta dietro ormai da troppo tempo. La questione appare più complessa se si tiene poi conto che l’azienda si sta addentrando nella fase due della strategia di riorganizzazione: lo sviluppo e la crescita. Ed è esattamente qui che l’ex CEO di Unicredit riceve il testimone. Recuperato un certo potere reputazionale e completata la prima fase del risanamento portato avanti da Moretti, starà a Profumo dare l’impronta definitiva per la nuova Leonardo. Dopo la razionalizzazione e i tagli ai rami secchi, a piazza Monte Grappa è insomma arrivato il tempo delle scelte strategiche finalizzate alla crescita.

Tutto chiaro se non fosse che si parla di un banchiere, e che in quanto tale non ha alcuna esperienza nel settore né tantomeno alcuna conoscenza dei prodotti. Tralasciando le maldicenze, si profilano a questo punto due ipotesi sul perché di tale scelta da parte del Governo. La prima, più cospirazionista ma non per questo inverosimile, è che non si voglia affatto crescere ma solamente smembrare il gruppo. L’ipotesi pare un po’ forzata se si guarda all’impatto non proprio positivo per alcuni attori coinvolti. Tra questi non vanno dimenticati i lavoratori, peraltro in un Paese dove i sindacati tengono ancora molto banco nelle questioni strategiche delle grandi aziende. È altrettanto vero però che la domanda c’è, e che la concorrenza pare avere tutte le intenzioni e le carte in regola per investire. In questo senso un finanziere, peraltro esperto di crescita esterna (si veda il caso Unicredit) farebbe certamente al caso, soprattutto se tenuto conto dei suoi rapporti a livello internazionale. E sono poi questi rapporti il punto cardine della seconda ipotesi avanzata da giornali e analisti: quella del rilancio dell’export. Non è una novità che l’Italia faccia sempre fatica ad attuare un piano industriale che tenga conto delle reali esigenze del mercato e soprattutto dei punti di forza della nostra economia. Per tale ragione pare che l’unico vero mezzo per raggiungere la tanto agognata crescita sia la capacità di esportare e trovare partner commerciali oltre confine.

Su quest’ultimo punto potrebbe essere scritto un libro. Tralasciando il merito della nomina, il futuro della compagnia e dei suoi manager, viene da chiedersi: ha davvero senso proseguire con questo tran tran delle aziende statali se poi non hanno un vero ruolo nel piano industriale nazionale? Peraltro in un settore come quello aerospazio o quello della difesa sorretti e accompagnati dai governi in tutto il mondo.

Il vero nocciolo della questione va ben oltre la nomina di Profumo e il futuro dell’azienda. L’Italia deve decidere se vuole una grande industria della difesa che giochi un ruolo centrale nelle complesse dinamiche geopolitiche o preferisce una azienda nazionale e nazionalizzata che ceda la sua leadership e si accontenti di un ruolo di supporto a livello europeo?