CETAeris paribus

Bruxelles.

408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astenuti.

All’alba dell’ondata protezionista che sta attraversando l’occidente, (si pensi al fallimento del TTIP, l’accordo gemello con gli Stati Uniti, e l’uscita di Washington dal TPP), il Parlamento Europeo ha pronunciato il fatidico “Sì” al CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement).

 

536 milioni di consumatori.

Aumento potenziale del volume di affari fino a 12 miliardi di euro all’anno.

14 mila lavoratori impiegati in più.

Riconosciuti 176 prodotti a indicazione di origine, in totale 230 tra Dop e Igp.

Eliminati il 90,9% dei dazi doganali sui prodotti italiani.

 

E’ questo il passaporto del più importante trattato commerciale di libero scambio dal 1992, che con la ratifica di Ottawa sarà attuale al 95%.

E se da una parte si festeggia la marcia trionfale verso la meta, dall’altra c’è chi urla al “cavallo di troia.”

Dall’appello dell’europarlamentare Elly Schlein alla negoziazione trasparente, alla controrisposta di Weber al protezionismo a stelle e strisce.

Greenpeace infuoca e Tajani rassicura:

“I cittadini possono stare tranquilli: per tutti i prodotti importati saranno rispettate le regole molto severe della normativa europea”.

 

Sebbene il passato burrascoso in materia con il Canada, l’UE non accetterà l’ingresso di carni contenenti residui di ormoni (il cui impiego è ammesso in Canada).

Non si è piegata dal 1998 per questioni legate ai possibili rischi per i consumatori, davanti a Canada e Stati Uniti, e non lo farà oggi. Dal 2009 la “guerra commerciale degli ormoni” è stata chiusa con l’ammissione in Europa di importazioni maggiori di carne di alta qualità e il corrispondente taglio delle sanzioni dei due Stati nordamericani nei confronti del Vecchio Continente.

Su questo versante al Canada sarà permessa l’esportazione in Europa di una quantità maggiore di carni di qualità, che dovrà sempre e comunque adattarsi agli standard europei.

Il CETA contiene l’allegato 5-E relativo alle norme sanitarie e fitosanitarie per le importazioni/esportazioni.

Sulla carta: entrambi i contraenti si impegnano, quando non è stabilita la sostanziale equivalenza, a riconoscere le reciproche misure di sicurezza e le autorità di controllo specifiche e ad adeguare le proprie esportazioni a esse.

In sostanza: ciò che è vietato, rimane vietato e ciascuno rispetta i limiti altrui. Per il resto ci si adegua alle normative internazionali sottoscritte da entrambi per avere un quadro normativo il più possibile omogeneo.

Anche sul mais OGM non ci sarà un grande cambiamento: c’è già nelle nostre tavole. Se è vero che i nostri governi ne vietino la coltivazione, non si può negare il suo acquisto e uso per quanto riguarda i mangimi che vengono dati in pasto ai nostri animali, anche per produrre DOP e IGP che poi ingurgitiamo con piacere e patriottica soddisfazione.

Ma c’è un altro lato, piuttosto opaco, a cui è volta particolare preoccupazione.

“Isds”, il meccanismo di tutela degli investimenti, che prevede la creazione di una corte speciale (tribunali arbitrari) a cui le multinazionali possono rivolgersi se ritenessero che un ente continentale, regionale o locale abbia preso provvedimenti legislativi lesivi verso loro profitti. Per molti questo controverso aspetto chiama direttamente in causa il tema della democrazia e della sovranità di ciascuno Stato.

Un esempio?

Si pensi alle medicine. L’India è famosa come “la farmacia dei poveri”, essendo tra i più grossi produttori di medicinali salvavita, come quelli per curare l’AIDS, a prezzi irrisori. Parlando in cifre, se un paziente per curarsi da questo virus spende in media sui 10mila dollari l’anno, in India per le stesse cure paga solo 100 dollari, perché lo Stato rinuncia a godere della tutela brevettuale. Questi farmaci low cost sono utilizzati da milioni di persone nel mondo, che non possono già più goderne, perché altre grandi imprese, brevettando il prodotto, pretendono il “diritto d’autore”.

Lo Stato non è d’accordo? Benissimo, finisce davanti a un tribunale privato, come quello previsto dal CETA.

E qui salta fuori un dettaglio.

I giudici non sono indipendenti, ma provengono per la gran parte da atenei privati.

Di fatto il tribunale sarà composto da soggetti privati o controllati da privati, che si deve esprimere sui contenuti di un trattato -di fatto- privato, nella disputa tra uno Stato e un soggetto privato.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

In conclusione, in uno scenario diviso tra progressisti e nazionalisti, sembra proprio che i sommozzatori di Greenpeace nuotino nella fontana della Giustizia, che stando alla realtà, “è affondata”.