Arrivano le bollicine in F1

1972, cerimonia di matrimonio dell’alta nobiltà inglese. Due invitati parlano tra loro:

“Ehi Alexander, ma perché non fondi un team di F3 tutto tuo?”

“Hai ragione Anthony! Così non ci annoieremo più durante i weekend con la caccia alla volpe”

L’armata di dilettanti allo sbaraglio diretta dal Lord 22enne viene formata in fretta. Autista: il nipote dell’architetto della Albert Hall di Londra; cuoco: uno chef di Chelsea; cameraman: un futuro fotografo di country houses. Dopo qualche mese di girovagare per le piste europee, avviene la folgorazione del nobile; James, un biondo ragazzotto che fuma come un turco, beve, si droga, ha ragazze in ogni dove e distrugge auto per i tracciati. Lord Alexander se ne innamora e lo fa salire dapprima sulla sua F3 e poi, come un padre per un figlio viziato, su una F2; a quel punto lo scellerato nobile decide che spese per spese, tanto vale andare in F1 a far vedere un po’ di champagne e ostriche tra olio motore, chiavi inglesi e gomme.

 

“La F1 di oggi è una bottiglia di champagne sgasata…adesso siamo arrivati noi con le bollicine”

Perché è esattamente quello che propone l’allegra banda ogni fine settimana: nel ’73 a Montecarlo porta una Rolls e una Porsche per gli spostamenti nel Principato e come base il “Southern Breeze”, un panfilo da 50 metri colmo di ragazze.

I risultati arrivano con tre terzi posti nel ’74 e con la storica vittoria di Zandvoort, in Olanda: i bagordi iniziano proprio tra le dune del mare del Nord e finiscono solo parecchi giorni dopo nel vecchio maniero inglese di famiglia. Ben presto però, la situazione finanziaria si fa seria e tra gli infiniti possedimenti del Lord aleggiano tristi pensieri che tradiscono la spensieratezza dei primi giorni. Se all’inizio dell’avventura nel Circus soleva dire che adesivi di sponsor non ce n’erano perché “non si può appiccicare l’Union Jack”, a fine annata è costretto a chiudere baracca e burattini; il biondo James non sa che farsene ora della sua tuta rossa senza sponsor ma con solo il suo slogan “Sesso. La colazione dei campioni”.

Da qui partirà l’avventura che molti conoscono attraverso il film “Rush”, dove il biondo James Hunt continuerà a passeggiare scalzo e con la sigaretta penzolante dalle labbra per i paddock del campionato 1976, diventandone campione in McLaren, sconfiggendo Niki Lauda all’ultima gara. Lord Alexander Hesketh III si butterà a capofitto nella nuova avventura di moto di lusso, dichiarando bancarotta già nel 1981, non prima di aver messo gli adesivi di Penthouse sulle sue monoposto. Il colpo di teatro del folle Lord dei motori.

Fa sorridere questa storia, soprattutto se paragonata al rigido mondo della F1 odierna, dove tipi come James e Lord Alexander non entrerebbero nemmeno in circuito. Ma la cosa più interessante è la venerazione che si è avuta (e si ha ancora oggi grazie al film) per la Hesketh Racing: l’orsetto con il casco è diventato un vero “brand” e basta scorrere le immagini su Google per trovare t-shirt, tazze e portachiavi dedicati; il tutto ad una scuderia che non ha vinto nemmeno un decimo delle vittorie di Ferrari, Williams e McLaren. Forse è proprio questa la “lezione” che il Sir può dare a tutti noi: alle volte non serve ottenere grandi risultati per rimanere nella mente e nei cuori di migliaia di persone.

 

 

Antonio Tentonello