A lezione sul Grand Canyon

Uno degli effetti più interessanti dell’innovazione è quello delle esternalità. Non si tratta solamente di arrivare a creare un cluster tecnologico com’è accaduto a Seattle dopo l’approdo di Microsoft. Si parla invece di uno sviluppo sostenibile di tutto l’ambiente circostante, che non coinvolga solamente le professioni specializzate ma anche quelle che non lo sono affatto come inservienti e camerieri. Molte volte però, tale crescita non coinvolge solamente il territorio specifico ma anche le aree confinanti. È quello che nell’ultimo biennio sta accadendo tra la California e l’Arizona.

Non vi è alcun dubbio che negli ultimi decenni la California abbia vissuto uno sviluppo economico incredibile. Silicon Valley, Napa Valley e Hollywood sono solo alcuni degli esempi più emblematici di questa crescita inesorabile. Come spesso accade però, tale fenomeno porta con sé anche degli inconvenienti che, a loro volta possono rappresentare un’opportunità per le zone limitrofe. È così che il rincaro dei prezzi, dovuto all’incremento di stipendi e lavoratori e l’aumento delle imposte per evitare tagli nell’ambito dell’istruzione californiana, hanno spinto diverse aziende ad optare per la vicina e più economica Arizona.

Si tratta di un esodo che ha coinvolto ormai più di 50mila lavoratori e che non sembra destinato a fermarsi.

Lo Stato del Grand Canyon ha infatti attivato una serie di politiche volte a favorire questa migrazione attraverso una complessiva riduzione di tasse e burocrazia e un incentivo per investire in centri di ricerca tecnologica.

La vicenda statunitense ci lascia due lezioni importanti:

  • la competizione, tra due territori confinanti, non comporta necessariamente un ostacolo all’unione di un Paese
  • un vantaggio per qualcuno non deve essere necessariamente uno svantaggio per altri

Come spesso accade, per i processi innovativi e di liberalizzazione del mercato gli Stati Uniti potrebbero rappresentare un esempio da seguire per il Vecchio Continente.

Molti Paesi Europei, nonché l’unione stessa, pur trovandosi in condizioni di partenza diverse potrebbero infatti cogliere spunti importanti per risolvere alcuni problemi interni.

Spostiamoci verso Oriente.

La corsa è iniziata

Per quanto concerne l’Unione Europea, i leader dei vari Paesi, presi dal far quadrare i conti propri e degli altri, non hanno forse ancora realizzato fino in fondo l’opportunità che si sta presentando alla porta. Dopo Brexit i grandi istituti finanziari londinesi stanno riallocando risorse e capitali nel vecchio continente, alla ricerca delle città che offrono contesti e condizioni più vantaggiose.

Quando i fornitori di beni e servizi per le imprese competono è quasi sempre un bene per i loro clienti, e questa nuova rivalità post-Brexit non ha motivo di rappresentare alcuna eccezione. Il che non significa ridurre tasse e regolamentazioni al solo scopo di attrarre posti di lavoro, peraltro di fascia medio-alta. Si tratta piuttosto di pianificare e dare un obiettivo comune a città e territori interessati. Se l’Arizona sta avendo questo grande successo è perché ha deciso di sfruttare un’opportunità ben precisa offerta dal mercato, indirizzando investimenti, interventi e riforme verso una direzione prestabilita.

In parte è un percorso che gli stessi istituti hanno iniziato autonomamente. Diverse banche d’investimento e fondi speculativi hanno messo gli occhi su Dublino e Francoforte, già avviate verso un processo di consolidamento della loro posizione all’interno del sistema finanziario europeo.

 

Sotto lo stesso Tricolore

Certamente più radicata, ma che potrebbe imparare molto dall’esperienza dell’Arizona, è una situazione che attanaglia l’Italia fin dalla sua unità: la questione meridionale. L’espressione federalismo fiscale, tanto cara al mondo liberal, quanto criticata da gran parte delle regioni con difficoltà a far quadrare i conti, fatica a prendere piede nei programmi politici attuali. Eppure se vista con un’ottica di medio/lungo termine potrebbe rivelarsi uno strumento di crescita e di lotta alle disparità.

Giocando sulla vicinanza all’Europa e su un’industria, per quanto in crisi, comunque strutturata, il Nord dovrebbe riuscire a fare quel passo in più per portarsi alla pari dei Paesi del nord Europa, sia in termini di welfare che di innovazione. È chiaro che un simile miglioramento comporterebbe, con tutta probabilità, una crescita demografica consistente e un conseguente aumento del costo della vita.

Di conseguenza, alcune aziende, potrebbero decidere di migrare in territori che offrono condizioni di vita più favorevoli. Ed è proprio qui il meridione potrebbe cogliere l’opportunità. Va detto che il tutto non può essere portato avanti tramite un libero mercato selvaggio. È necessario, e lo è a prescindere, un programma sistematico di lotta alla corruzione, nonché investimenti in infrastrutture e istruzione.

Non è una mera questione di equità sociale rievocata dai populisti (io ho pagato di più, merito di più); si tratta di dare al mercato la possibilità di fare quello che il legislatore non è riuscito a fare. Aprire orizzonti e confini in un libero mercato non significa necessariamente perdere la propria identità. Dovrebbe anzi, essere un incentivo a trovare il canale di sviluppo migliore per il territorio.

 

 

La storia ci insegna che persino un territorio che ha permesso lo sviluppo di un cluster ambito come la Silicon Valley ha dovuto cedere risorse e capitali a chi invece è stato in grado di snellire la burocrazia offrendo un livello di tassazione migliore. Talvolta il compito di chi governa è quello di dare fiducia agli agenti che popolano il mercato.